Questo testo è tratto dal capitolo 8, “Tecnologie e industry 5.0. Intelligenza artificiale e strumenti per il futuro”, del libro 25 anni di Lean Thinking alla maniera italiana di Michele Bonfiglioli. Nel capitolo, la voce di Francesco Ubertini si inserisce in un percorso più ampio dedicato a processi solidi, digitalizzazione e innovazione applicata alla competitività delle imprese.
Nel cuore dell’Emilia-Romagna, a Bologna, il futuro ha già iniziato a calcolare. Si chiama Leonardo, come il genio rinascimentale, ed è oggi il supercalcolatore più potente d’Europa per l’intelligenza artificiale. È una macchina capace di 250 milioni di miliardi di operazioni al secondo, ma soprattutto è una piattaforma strategica a disposizione di università, centri di ricerca e imprese.
A guidarne lo sviluppo c’è Francesco Ubertini, presidente del CINECA ed ex rettore dell’Università di Bologna. Il suo approccio è diretto, pragmatico e ancorato ai dati, e accompagna il lettore dentro alcune delle sfide più urgenti per l’Europa: sovranità digitale, leadership tecnologica e impatto dell’intelligenza artificiale sui sistemi produttivi.
Leonardo non è un simbolo. È uno strumento. Un’ora di lavoro di questo supercalcolatore equivale a 900 anni di calcolo di un normale PC. Ma la vera forza non è solo nella potenza: è nella democratizzazione dell’accesso. Imprese e istituzioni possono oggi simulare, ottimizzare e prevedere. Non è solo velocità. È capacità decisionale.
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come la moda del momento, ma per Ubertini è molto più di questo. Il tema non è se adottarla, ma quando. E il tempo per aspettare è finito.
La priorità è portare le tecnologie digitali nei processi industriali, rendendole leve concrete per il valore e la competitività. Per l’Europa, la sfida è ancora aperta: con la prima rivoluzione digitale, quella delle piattaforme, abbiamo perso terreno. Con AI e supercalcolo, invece, siamo ancora in tempo. Abbiamo una seconda occasione.
Per Ubertini, l’intelligenza artificiale non è una bacchetta magica. È un’infrastruttura cognitiva che si inserisce nei processi come un sistema nervoso. Imparerà, si adatterà, guiderà le decisioni operative e strategiche.
Ma perché questo accada, bisogna capirla, governarla e indirizzarla. Altrimenti le imprese rischiano di restare semplici acquirenti di soluzioni prodotte altrove. Il punto, quindi, non è solo usare l’AI, ma costruire la capacità di farla diventare parte della struttura aziendale.
Qui emerge un passaggio cruciale: passare da technology taker a technology maker. Solo così si difende la sovranità industriale e si consolida il ruolo dell’Europa nei nuovi equilibri globali.
Non si tratta soltanto di acquistare tecnologie avanzate, ma di sviluppare competenze, visione e capacità di incidere sui modelli con cui la tecnologia viene progettata e applicata. È una questione strategica, prima ancora che tecnologica.
Perché molte imprese faticano ad adottare l’AI? Secondo Ubertini, il problema non è la mancanza di tecnologia. Il blocco è culturale.
Nelle PMI italiane spesso manca la consapevolezza di dove si genera valore. Si parte dai dati, ma non dai problemi. Così diventa difficile capire da dove cominciare. Serve un cambio di mentalità: partire dai colli di bottiglia, chiedersi dove si può migliorare oggi e non moltiplicare i KPI se non è chiaro l’obiettivo da raggiungere.
Questa è una lezione molto concreta: la tecnologia funziona quando si innesta su un bisogno reale, non quando viene adottata come risposta generica alla complessità.
In un mondo dominato dalla complessità, il supercalcolo diventa uno strumento per governare l’incertezza. Non dice cosa succederà, ma aiuta a simulare scenari, valutare impatti e scegliere con più lucidità.
Per il manifatturiero italiano, questa è una leva strategica. Significa passare da una logica reattiva a una logica predittiva, in cui le decisioni non si basano solo sull’intuizione, ma su dati solidi e modelli dinamici. È un cambio di postura che rafforza la capacità delle imprese di affrontare mercati instabili e processi sempre più complessi.
Ubertini guarda anche alle nuove generazioni con grande lucidità. I giovani sono il capitale più prezioso, perché hanno competenze che alla loro età era difficile perfino immaginare. Ma vivono in un mondo iperstimolato e tendono a restare in superficie.
La sfida educativa, quindi, non è solo trasmettere nozioni, ma insegnare a porre le domande giuste, approfondire, collegare e riflettere. Solo così l’intelligenza, anche quella artificiale, diventa uno strumento al servizio dell’intelligenza umana.
L’innovazione non nasce mai in solitudine. Servono ecosistemi forti, afferma Ubertini. L’Emilia-Romagna è un caso emblematico: università, imprese, ricerca e istituzioni che collaborano prima di competere.
È la logica della cooperazione precompetitiva: costruire insieme la base, per poi competere sull’ultimo miglio. Una visione che rafforza il territorio e che può aiutare l’Europa a non essere solo consumatrice di tecnologie, ma protagonista del futuro.
L’intervista integrale a Francesco Ubertini si trova all’interno del podcast FUTURO. Conversazioni di Buonsenso.
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Per leggere il capitolo completo e approfondire le altre voci del libro, scopri 25 anni di Lean Thinking alla maniera italiana di Michele Bonfiglioli.