Curiosità e innovazione continua: come costruire competitività nell’impresa che cambia

Intervista a Stefania Ferrero, Chief Marketing Officer di Comau

A cura della Redazione Bonfiglioli Consulting
Ogni pubblicazione nasce da studi di settore, ricerche sul campo e analisi dei trend globali integrate con le conoscenze e competenze maturate nei progetti di trasformazione, con l’obiettivo di promuovere la cultura d’impresa.


Pubblicato il 13/08/2026

Sommario

La competitività non dipende più solo dalla qualità del prodotto, ma dalla capacità di leggere il cambiamento e trasformarlo in azione quotidiana. È questo il filo conduttore dell’intervista tra Michele Bonfiglioli e Stefania Ferrero, CMO di Comau, che mette in luce tre leve decisive per il futuro delle imprese: curiosità, innovazione continua e apprendimento continuo. Attraverso il caso Comau, azienda italiana cresciuta fino a diventare un riferimento internazionale nella robotica, emerge che il modello italiano sa coniugare competenza tecnica e personalizzazione, senza mai perdere di vista la centralità delle persone. Anche di fronte all’intelligenza artificiale, il valore umano resta decisivo: la tecnologia accelera i processi, ma è la capacità delle persone di interpretare i dati e il contesto a fare la differenza. Il messaggio che attraversa tutta la conversazione è chiaro: la competitività non è un traguardo definitivo, ma una pratica da rinnovare continuamente.


In un contesto industriale in cui mercati, tecnologie e aspettative dei clienti evolvono con grande rapidità, la competitività non dipende più soltanto dalla qualità del prodotto o dalla solidità della struttura produttiva. Dipende sempre di più dalla capacità di leggere il cambiamento, adattarsi con velocità e trasformare l’innovazione in un comportamento quotidiano. È questa la chiave di lettura che emerge dall’intervista tra Michele Bonfiglioli e Stefania Ferrero, Chief Marketing Officer di Comau, nella puntata di “Futuro, conversazioni di buon senso”. Il valore della conversazione non sta solo nel racconto di un caso industriale di successo, ma nella chiarezza con cui mette a fuoco tre fattori decisivi per il futuro delle imprese: curiosità, innovazione continua e apprendimento continuo.

Queste tre parole non descrivono soltanto un’attitudine personale. Definiscono un modello organizzativo. Un’impresa che vuole restare competitiva non può limitarsi a consolidare ciò che già sa fare: deve imparare a ripianificare, a sperimentare, a coinvolgere le persone e a integrare la tecnologia senza perdere la propria identità industriale. La conversazione con Ferrero è utile proprio perché traduce un tema molto attuale, come l’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale, in una riflessione concreta su strategia, leadership e cultura aziendale.

Perché questa conversazione interessa chi guida un’impresa?

Il primo motivo è semplice: perché parla di competitività in modo realistico. Nel racconto di Comau, azienda italiana nata nel 1973 come Consorzio Macchine Utensili e cresciuta fino a diventare un punto di riferimento internazionale nella robotica e nell’automazione, emerge una lezione chiara: l’innovazione non è un evento isolato, ma un processo continuo.

Il secondo motivo è che la conversazione non separa mai tecnologia e organizzazione. È un errore frequente pensare che basti introdurre nuovi strumenti per cambiare davvero un’impresa. In realtà, la tecnologia produce valore solo quando si innesta su una cultura capace di apprendere, collaborare e decidere con rapidità. In questo senso, il messaggio dell’intervista è pienamente coerente con un approccio consulenziale: non conta solo “cosa” si introduce, ma “come” l’organizzazione riesce a farne leva strategica.

Cosa insegna il caso Comau?

La storia di Comau è rilevante perché mostra come un’impresa possa costruire una presenza internazionale forte senza perdere la propria impronta industriale. Il passaggio da Consorzio Macchine Utensili a realtà globale della robotica racconta una capacità di evoluzione fondata su competenze tecniche, adattabilità e capacità di sviluppare soluzioni su misura. È proprio questa combinazione a rappresentare uno dei tratti distintivi del modello italiano: saper unire know-how, flessibilità e personalizzazione.

Dal punto di vista manageriale, questo significa che la competitività non nasce dalla standardizzazione pura, ma dalla capacità di interpretare i bisogni del cliente e trasformarli in risposte precise. In contesti complessi, soprattutto nei mercati B2B e industriali, il valore non si misura solo sull’efficienza, ma anche sulla pertinenza della soluzione, sulla qualità dell’ascolto e sulla capacità di adattamento.

Perché curiosità, innovazione continua e apprendimento continuo sono così importanti?

Le tre parole chiave indicate da Stefania Ferrero sono particolarmente efficaci perché descrivono un mindset e, allo stesso tempo, una logica operativa. La curiosità è ciò che spinge a leggere oltre l’evidenza, a fare domande migliori e a non accettare il cambiamento come qualcosa da subire passivamente. L’innovazione continua è la scelta di non considerare mai il miglioramento come concluso. L’apprendimento continuo, infine, è la condizione che consente a persone e organizzazioni di aggiornarsi mentre il mercato cambia.

In un’impresa, questi tre elementi sono strettamente collegati. La curiosità alimenta l’innovazione; l’innovazione richiede apprendimento; l’apprendimento sostiene la capacità di ripetere nel tempo i risultati raggiunti. È per questo che la competitività oggi non va intesa come una fotografia statica, ma come una competenza dinamica. Le aziende che crescono non sono necessariamente quelle che hanno tutte le risposte, ma quelle che mantengono viva la capacità di cercarle.

Come cambia il modo di pianificare?

Uno dei passaggi più rilevanti della conversazione riguarda la necessità di ripianificare in modo rapido. Questo è un tema molto concreto per chi guida un’impresa: in un ambiente incerto, le decisioni prese all’inizio di un ciclo possono dover essere riviste anche in tempi brevi. La qualità della gestione non consiste quindi nel mantenere fermo il piano a tutti i costi, ma nel saperlo aggiornare senza perdere direzione.

Per un’organizzazione, questo implica almeno tre cose. Primo, costruire processi abbastanza robusti da reggere la pressione del cambiamento. Secondo, sviluppare team capaci di leggere rapidamente i segnali del mercato. Terzo, accettare che l’adattamento non sia un segno di debolezza, ma un vantaggio competitivo. In altre parole, la pianificazione efficace oggi è quella che sa dialogare con l’imprevisto.

Qual è il valore del modello italiano?

Ferrero mette in evidenza un aspetto molto interessante del modello italiano: la capacità di coniugare competenza tecnica e personalizzazione. Questo elemento è spesso sottovalutato, ma rappresenta una delle leve più solide per competere nei mercati internazionali. Le imprese italiane più forti non si distinguono soltanto per la qualità del prodotto o della tecnologia, ma per l’abilità di costruire soluzioni adatte al contesto specifico del cliente.

Questa attitudine è molto importante anche dal punto di vista strategico. La personalizzazione non è un lusso creativo, ma una risposta industriale alla complessità dei mercati. Quando il cliente ha bisogni articolati, il valore si crea con la capacità di ascoltare, interpretare e progettare in modo mirato. È un messaggio che parla a tutte le imprese B2B: il vantaggio non sta solo nell’offerta, ma nella qualità della relazione e nella capacità di tradurre esigenze diverse in soluzioni efficaci.

Perché la dimensione umana non perde centralità?

Uno dei nuclei più forti dell’intervista è l’attenzione alle persone. Anche in un’epoca in cui automazione e intelligenza artificiale stanno cambiando processi e strumenti, la qualità dell’impresa continua a dipendere da come lavora la sua popolazione aziendale. Ferrero richiama l’importanza dei team multiculturali, del lavoro da remoto, del contributo delle nuove generazioni e della necessità di una leadership capace di ascoltare e coinvolgere.

Questo punto è centrale per qualsiasi organizzazione che voglia affrontare il cambiamento in modo efficace. La tecnologia può accelerare i processi, ma non sostituisce la costruzione del consenso, della fiducia e dell’engagement. Senza un coinvolgimento autentico delle persone, il cambiamento resta superficiale. Con una cultura forte, invece, anche le trasformazioni più complesse diventano sostenibili.

Come si guida davvero il cambiamento?

La leadership che emerge dalla conversazione è una leadership concreta, orientata al contesto e capace di valorizzare la partecipazione. Non si tratta di un modello fondato sul controllo assoluto, ma sulla capacità di creare le condizioni perché le persone possano contribuire, proporre e assumersi responsabilità. In un ambiente instabile, il leader efficace è quello che non centralizza tutto, ma costruisce direzione e fiducia.

Questo vale ancora di più nei contesti internazionali, dove la complessità aumenta per la presenza di culture, lingue e priorità differenti. La leadership, in questi casi, non può limitarsi a comunicare obiettivi: deve sapere ascoltare, tradurre, connettere e motivare. È una competenza che incide direttamente sulla qualità dell’esecuzione e sulla capacità dell’impresa di restare coesa mentre cambia.

Qual è il rapporto tra AI e capacità umana?

L’intelligenza artificiale è uno dei grandi temi del presente, ma nell’intervista viene affrontata con un’impostazione molto equilibrata. L’AI è uno strumento potente, utile per elaborare dati, accelerare l’analisi e supportare decisioni più rapide. Ma il suo valore dipende dalla capacità umana di interpretare quei dati e collegarli agli obiettivi strategici.

Questo è un passaggio cruciale per le imprese. La disponibilità di informazioni non coincide con la qualità delle decisioni. Serve ancora la capacità di distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è, di leggere il contesto e di mantenere una visione di lungo periodo. In questo senso, l’AI non riduce il ruolo delle persone: lo rende ancora più importante, perché sposta il valore dall’esecuzione meccanica alla comprensione strategica.

Domande frequenti sulla competitività d’impresa

Come può un’azienda iniziare a introdurre curiosità e apprendimento continuo nella propria cultura organizzativa?

Partendo da piccoli cambiamenti concreti: creare spazi di confronto tra team, incentivare la sperimentazione anche a fronte di errori, e investire in formazione continua non solo tecnica ma anche trasversale.

Il modello descritto nell’articolo è applicabile solo alle grandi aziende come Comau?

No. I principi di curiosità, innovazione continua e apprendimento continuo sono applicabili anche alle PMI, spesso con maggiore agilità proprio per le dimensioni più contenute della struttura organizzativa.

Quanto tempo serve per vedere risultati concreti applicando questo approccio?

Non esiste un tempo standard: dipende dal punto di partenza dell’organizzazione. Tuttavia, i primi segnali di cambiamento culturale (maggiore proattività dei team, decisioni più rapide) sono spesso visibili già nei primi mesi, mentre un impatto strutturale sulla competitività richiede in genere una prospettiva di medio-lungo periodo.

Che ruolo ha la formazione manageriale nel supportare questo tipo di trasformazione?

Un ruolo determinante: i manager devono essere i primi ad allenare curiosità e apertura al cambiamento, per poi trasferire questo atteggiamento ai team. Percorsi di coaching e affiancamento consulenziale possono accelerare questo processo, rendendolo più strutturato e meno estemporaneo.

Cosa resta davvero di questa intervista?

Resta un messaggio chiaro: la competitività non è un risultato una tantum, ma una pratica da rinnovare continuamente. Curiosità, innovazione continua e apprendimento continuo sono tre leve che aiutano le imprese a non irrigidirsi, a non smettere di evolvere e a non confondere l’esperienza con la sicurezza. Sono qualità utili a chi guida persone, processi e strategie, perché permettono di trasformare il cambiamento in opportunità.

In questo senso, l’intervista diventa un’occasione per riflettere su come metodo, cultura e visione possano diventare leve concrete di competitività. Ed è proprio questo il punto: nel futuro industriale non vincerà chi resiste al cambiamento, ma chi saprà farne una competenza organizzativa stabile.

L’intervista nel podcast

L’intervista integrale a Stefania Ferrero si trova all’interno del podcast FUTURO. Conversazioni di Buonsenso.

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