Questo testo è tratto da 25 anni di Lean Thinking alla maniera italiana di Michele Bonfiglioli. L’estratto propone la visione di Marta Bertolaso su impresa, senso, complessità e relazioni come leve fondamentali per leggere il cambiamento.
In un tempo in cui il mercato invoca velocità e semplificazione, Marta Bertolaso risponde con tre parole che sembrano andare in direzione opposta: cooperazione, generatività, integrazione.
Filosofa della scienza, professoressa al Campus Biomedico di Roma, si muove con naturalezza tra i sistemi complessi della biologia e quelli – non meno intricati – delle organizzazioni umane.
“Non c’è nulla di più pratico di una buona filosofia”, afferma, con quella lucidità serena che nasce da anni di studio e di esperienza concreta sul campo.
Perché oggi, più che mai, pensare è agire.
Fare impresa, spiega Bertolaso, non è solo una questione economica. È una domanda di senso. Significa saper interpretare territori, bisogni, opportunità, e generare qualcosa di nuovo.
In questo, il pensiero filosofico non è un lusso astratto, ma uno strumento vitale per chi guida aziende, governa sistemi o semplicemente vuole orientarsi in un mondo in trasformazione.
Viviamo un’epoca in cui la tecnologia promette risposte certe, rapide, misurabili. Ma è proprio lì che, spesso, i progetti falliscono: quando si dimentica che i dati non sono neutri, che le decisioni richiedono giudizio, che l’essere umano non è un algoritmo.
Il vero rischio, avverte, non è la tecnologia in sé. È che l’uomo abdichi al proprio ruolo decisionale. Che deleghi alle macchine la comprensione di sé e del mondo.
Uno dei grandi cambiamenti post-pandemici riguarda, secondo la prof.ssa Bertolaso, il modo in cui intendiamo la leadership.
Dopo la pandemia, molti leader si sono resi conto che l’autorevolezza non può più basarsi solo su ruoli o competenze funzionali. Il punto è: che peso riesci a incarnare come persona? Che tipo di presenza offri agli altri?
Non si tratta solo di guidare, ma di abitare il contesto con intelligenza, distinguendo l’essenziale dal rumore.
E proprio il rumore – mediatico, informativo, operativo – è, secondo Bertolaso, uno dei grandi nemici del nostro tempo.
Dove c’è troppo rumore, di solito, non c’è il centro. Le decisioni migliori non fanno scalpore.
Nel cuore del suo pensiero c’è un ribaltamento sottile ma profondo: la complessità non si governa, si interpreta.
Parliamo sempre di governance of complexity, ma il passo da fare è verso una governance in complexity. Non si tratta di controllare tutto. Si tratta di agire con prudenza, visione e presenza reale.
Serve un cambio di mindset:
Le soluzioni uniche non funzionano più. Il futuro appartiene a chi sa combinare approcci, saperi, sensibilità. A chi sa leggere i contesti e riconoscere il valore delle relazioni autentiche.
Le relazioni sono il filo rosso che attraversa tutto il pensiero di Marta Bertolaso.
Le relazioni autentiche generano interdipendenza. Non sono semplici interazioni tra macchine. Sono spazi di libertà, responsabilità e significato condiviso.
Eppure, anche negli uffici, si preferisce inviare un messaggio a chi è a pochi metri di distanza.
Ci parliamo sempre meno. Anche fisicamente vicini, sembriamo lontani. Questo isolamento è la vera pandemia silenziosa del nostro tempo.
Due episodi, raccontati con discrezione e intensità, rivelano molto del suo rapporto con gli studenti.
Il primo è la storia di un ragazzo che, dopo l’ennesimo sabato sera guidato dai social, decide di disconnettersi.
Volevo sapere cosa piace a me, non cosa dovrebbe piacermi, le dice. E già dopo una settimana sento di nuovo di riconoscermi.
Il secondo riguarda un brillante studente di ingegneria che, durante un esame, rifiuta il massimo dei voti.
Né lei né il sistema possono giudicarmi, afferma.
Bertolaso gli risponde con calma:
“Per sfidare un sistema, prima devi conoscerlo”.
Da lì nasce un dialogo più profondo del voto stesso.
Ci sono giovani che sanno prendere distanza, reimpostare il gioco. E lo fanno insieme agli altri, non da soli. Le relazioni, la solidarietà, non sono orpelli morali: sono principi organizzativi.
Nel suo libro Umanesimo tecnologico, Marta Bertolaso propone un ossimoro solo apparente: un ponte tra tecnica e senso.
L’uomo, da sempre, costruisce, progetta, interagisce con strumenti. Ma ciò che cambia tutto è il modo in cui lo fa.
Il vero problema non è la tecnologia, ripete. È la persona che dimentica che le macchine non pensano in nostra assenza come in nostra presenza. È la rinuncia al giudizio, alla responsabilità, alla libertà.
In un mondo che cerca scorciatoie e certezze, la filosofia può essere il luogo in cui fermarsi, osservare, scegliere.
Non per ritirarsi, ma per agire meglio.
Alla fine, le chiediamo: se dovesse lasciare un messaggio a chi guida persone, a chi fa impresa, a chi insegna, quale sarebbe?
Prendere sul serio le relazioni.
Smettere di cercare la soluzione unica, ottimale, definitiva.
Imparare a combinare approcci diversi, in modo locale, concreto, contestuale.
Il leader del futuro, conclude, non sarà chi impone, ma chi interpreta.
Chi sa distinguere. Chi vede prima.
Chi costruisce convivenze e crea spazio per gli altri.
E se per farlo serve silenzio, allora partiamo da lì.
L’intervista integrale a marta Bertolaso si trova all’interno del podcast FUTURO. Conversazioni di Buonsenso.
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Per leggere il capitolo completo e approfondire le altre voci del libro, scopri 25 anni di Lean Thinking alla maniera italiana di Michele Bonfiglioli.